News e articoli > La fabulazione: percorsi terapeutici
È diffusa l'opinione per cui le fiabe siano tradizionalmente pensate per intrattenere i bambini, ma non è del tutto corretto: esse venivano narrate anche mentre si svolgevano lavori comuni, per esempio filatura, lavori fatti di gesti sapienti, ma in qualche modo automatici, che non impegnavano particolarmente la mente. Erano per lo più lavori femminili, ed è anche per questo che la maggior parte dei narratori è femminile; oltre al fatto che alle donne era attribuito il compito di cura e intrattenimento dei bambini. Le fiabe tutto sommato erano un piacevole intrattenimento per chiunque, e "davanti al fuoco" erano gradite ad adulti e bambini di entrambi i sessi, risultavano accattivanti perché in esse erano, e sono, contenuti i significati inconsci fondamentali della vita del bambino e dell'adulto, posti, però ad una distanza “di sicurezza”: tutte le favole iniziano con "C'era una volta", "ci fu una volta" o "ci sarà una volta", e non è certo un caso. La garanzia che la storia si svolgerà in un tempo indeterminato del passato o del futuro può essere fondamentale per far sì che il bambino si lasci condurre in tutta sicurezza.
Già da queste prime battute, si può intuire il nesso tra pratica clinica e utilizzo di favole. Per “pratica clinica” qui intendiamo sia la psicoterapia, con il suo setting individuale, di coppia, familiare, di gruppo, sia altri tipi di intervento volti ad analizzare lo status quo, quali l'intervento clinico in classe, la conduzione di gruppi di confronto con insegnanti ed alunni, la messa in atto di tecniche di cambiamento, quali il problem solving o il role playing. La fiaba utilizzata in un setting clinico, offre al terapeuta la possibilità di utilizzare una metafora nel lavoro clinico, permettendogli di superare le barriere poste dalla razionalità, che con la crescita aumenta, e consente di andare oltre le censure ai pensieri più segreti e/o inaccettabili.

Fattore fondamentale della terapeuticità della favola è la presenza della metafora(1) ; ogni storia infatti è la storia di un simbolo, di una metafora. In psicologia, la metafora ha una doppia funzione: da un lato è in grado di rappresentare i nostri principali drammi e conflitti; il simbolo è sufficientemente forte da risvegliare le nostre pulsioni più arcaiche e innominabili, persino le nostre paure primordiali. Dall'altro, la metafora è costituita da materiale simbolico ed estetico, ed è per sua natura indiretta. In questo senso, protegge il bambino nella sua proiezione della trama e nei personaggi, garantendo una certa tranquillità nei processi di identificazione. La metafora dice tutto, senza minare nulla. In psicologia e psicoterapia, le favole presentano un grande vantaggio nel lavoro con i bambini: il lieto fine, che stimola i processi di riparazione, fondamentali nello sviluppo emotivo del bambino. Molto importante è anche la funzione della paura. Questo sentimento rappresenta infatti un'emozione fondamentale per l'intera durata della vita ed imparare ad affrontare la paura è una delle sfide più importanti in assoluto per il bambino; non è un caso se tutta la letteratura infantile ruota attorno alla paura. Molto del piacere del bambino nell'ascoltare le favole si deve a quella dose di paura ottenuta da una storia già conosciuta, in contrapposizione alla "cosa senza nome" della sua emozione primordiale. In questo modo il bambino impara, poco a poco, a gestire i suoi sentimenti più difficili. Inoltre nella favola si arriva sempre ad un punto di “catarsi” in cui il bambino trova i mezzi giusti per superare le difficoltà e raggiungere il suo lieto fine. Ancora, parlando della verbalizzazione dei sentimenti più difficili, ci troviamo di fronte ad un altro aspetto importante del potenziale terapeutico delle favole, ovvero la capacità di stimolare il ragionamento. A prescindere dal loro contenuto artistico ed estetico, le favole possono infatti essere viste come un esercizio di elaborazione delle nostre pulsioni più arcaiche. Dare un'etichetta, un nome, alle pulsioni è fondamentale per lo sviluppo psichico del bambino, e le favole svolgono proprio questo compito all'interno della loro struttura. Alcuni psicologi scelgono le favole come mediatori principali, puntando sullo stimolo che permette al bambino di immaginare un'altra storia per se stesso. In realtà, questa capacità è fondamentale per tutti noi, per tutta la durata della vita: più riusciremo a ricreare (senza fuggire dalla realtà) la nostra realtà dentro di noi, trasformandola attraverso il racconto in qualcosa di meno duro e più vivibile, migliore sarà la nostra salute mentale.

Sorge una questione: quanti adulti hanno dato un nome alle proprie paure, hanno guardato e attraversato i propri conflitti cogliendo il continuo scacco dell'inconscio? Pensiamo pochi, sicuramente è una peculiarità di chi si forma come psicoterapeuta, ma chi non sceglie questa professione è ben lontano da tali ambizioni. Ecco l'utilità terapeutica della favola con gli adulti, traghettarli verso il rovescio delle cose.

Freud insegna che il sogno è la via regia per l'inconscio (2) (Freud, 1977), ed ha utilizzato, nella sua pratica clinica con i più piccoli, oltre ai sogni, le fantasie prodotte dai suoi pazienti per aiutarli nell'interpretazione della loro realtà. Loro realtà, non semplicemente realtà in quanto ciascuno di noi costruisce una propria interpretazione del mondo che lo circonda e gli dà significato partendo dai propri parametri e dalle proprie esperienze. Così come il terapeuta, per poter essere utile, deve entrare ed uscire dalla storia del suo paziente, così il paziente può entrare ed uscire dalla sua storia, riuscendo in un certo senso a prenderne le distanze ed a guardarla da fuori. Così con la fiaba, il paziente può entrare ed uscire, sostenuto dalle parole del terapeuta, nelle sue paure, nei suoi conflitti per arrivare, dopo la catarsi, al lieto fine.

1 Diversi Autori hanno sottolineato l'importanza della metafora tra cui lo psicoanalista Jacques Lacan, che evidenzia due meccanismi : metafora e metonimia. La metafora è la condensazione in una singola parola o immagine, corrisponde alla condensazione nei sogni indicata da Freud, mentre la metonimia, ossia il denominare una cosa con il nome di un'altra, con la quale essa è in relazione di dipendenza o di continuità, è analoga allo spostamento, cioè alla sostituzione di un'idea o immagine con altre associate ad essa. Il sogno è una metafora e il sintomo stesso è una metafora
Lacan J., (1955), Seminario III, Le psicosi, Einaudi.

2 Freud S., (1900), L'interpretazione dei sogni, Milano, Bollati Boringhieri
 
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